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Formazione, tirocinio, periodo di prova. Un surreale gioco dell’oca

I magnifici estensori della legge 107/2015 hanno prefigurato un nuovo, articolato e complesso, sistema per l'accesso al ruolo di docente della scuola secondaria.

Il nuovo sistema è definito in uno degli otto decreti legislativi trasmessi lo scorso 16 gennaio 2017 dal Governo alla Camera dei deputati.

Ebbene, per l’accesso al ruolo di personale docente della scuola secondaria è previsto un concorso nazionale al quale potranno partecipare solo coloro che sono in possesso congiunto di una laurea magistrale, della certificazione del possesso di almeno 24 crediti formativi universitari (CFU) nelle discipline antropo-psico-pedagogiche e nelle metodologie e tecnologie didattiche, dell’attestazione delle competenze linguistiche corrispondenti al livello B2 e, ancora, di competenze informatiche e telematiche.

I vincitori del concorso sottoscriveranno un contratto triennale di formazione iniziale e di tirocinio e gli verrà corrisposta una retribuzione nel primo e secondo anno di 400 euro mensili lordo dipendente, nel terzo anno una retribuzione equivalente ad una supplenza annuale. Nel primo anno il contrattista seguirà un corso di specializzazione a tempo pieno volto a conseguire il diploma di specializzazione all’insegnamento. Nei tre anni il contrattista sarà obbligato a seguire corsi, seminari, laboratori, tirocini diretti e indiretti sotto la guida di tutor universitari e scolastici. Un percorso, durante il quale il contrattista sarà sottoposto a molteplici verifiche intermedie e finali, che si concluderà con la valutazione complessiva di una commissione. Finalmente, ad esito positivo, la sottoscrizione dell’agognato contratto di accesso al ruolo. A questo punto l’ex contrattista penserà di aver dimostrato ampiamente di possedere conoscenze e competenze per svolgere quella delicata e impegnativa professione, per la quale ha impegnato parte importante della propria vita. Accadrà, invece, quando entrerà nella scuola, di trovarsi di fronte ad un surreale “gioco dell’oca”, dovendo rifare periodo di formazione e di prova ed essere valutato per la conferma in ruolo. Questo perché la stessa legge che ha delegato il governo ad adottare quel decreto legislativo, al comma 115, prescrive per i docenti neo immessi in ruolo, un periodo di formazione e di prova, il cui superamento determina l’effettiva immissione in ruolo. Quel docente, pertanto, ai sensi dei commi successivi, si vedrà assegnato ancora una volta un tutor e sarà sottoposto alla valutazione non più di una commissione, ma del dirigente scolastico, da cui dipenderà l’”effettiva immissione in ruolo”. È chiaro ed evidente che tale incredibile situazione è figlia dell’approssimazione che ha guidato la mano degli estensori della legge e di tutta la vicenda politica che ha portato a calare sulla scuola una riforma globalmente contestata. Ma "la legge è legge" e l’obbligo di formazione e di prova anche per i docenti che saranno assunti con la nuova procedura prevista dal decreto legislativo potrà essere cancellato solo con una norma di pari rango. Certamente è assurdo, e non solo per i docenti che saranno assunti con la nuova procedura, che il lungo viatico di un percorso formativo e professionale che dovrebbe portare alla sottoscrizione di un contratto di insegnamento a tempo indeterminato, possa poi essere dichiarato, d’emblée, “carta straccia”. E poi, dichiarato tale da chi? Da un organo collegiale? Da una commissione qualificati di esperti? No, il giudizio divino sul docente sarà espresso semplicemente da un dirigente scolastico. Da un suo ex collega che, forse appena qualche mese prima, ha vinto un concorso per dirigente scolastico svolto a livello regionale, con una procedura concorsuale basata appena su due prove scritte e una orale e un tirocinio di soli tre mesi, ma tanto è bastato per conferirgli conoscenze esoteriche che gli consentono di decidere sulla sorte del suo ex collega. Dall’alto della sua decisione solitaria, egli stabilirà se quel docente potrà fregiarsi di un contratto a tempo indeterminato di insegnamento nella scuola italiana, per la stratosferica retribuzione di circa 1.300 euro al mese, o farlo cacciare dalla scuola. Questo dirigente onnipotente potrà - per altre misteriose e imperscrutabili ragioni, non quelle che addurrà nelle motivazioni della sua ineccepibile relazione - dichiarare che le prestazioni del docente non corrispondono alle sue irraggiungibili aspettative. Ponendo così fine ad ogni speranza per il malcapitato. L’anno di formazione e di prova potrà essere rinnovato per un’altra volta. Cosi potrà, per un altro anno, il gioco dell’oca continuare. Crediamo che anche il cosiddetto uomo della strada, spesso più dotato di buonsenso di tanti governanti, dopo quanto detto si renda agevolmente conto del grande pastrocchio che si è fatto sulla scuola con la legge 107/2015.